25 aprile 2020

I giornali hanno parlato della festa del 25 aprile, quella tradizionale legata alla Liberazione ed alla Resistenza, così come hanno dedicato un omaggio alle vittime che il Corona Virus 19 ha fatto tra il personale medico, oltre 150 vittime solo in Italia. È giusto rendere omaggio a queste persone che con grande senso del dovere e di responsabilità hanno affrontato con coraggio la pandemia arrivando al massimo sacrificio per salvare gli ammalati. È doveroso rendere omaggio alle vittime, ai medici come gli ammalati che non c’è l’hanno fatta, così come è d’obbligo guardare al futuro e quindi programmare e progettare il nostro domani. È giusto non lasciarsi andare al pessimismo oppure farsi travolgere dalle difficoltà. Non è il momento di cercare colpevoli, anche se qualcuno dovrà in futuro fare luce sui troppi morti nelle case di assistenza per anziani, sulle troppe speculazioni sulle mascherine, ancora incredibilmente non disponibili, così come sulle carenze organizzative del sistema sanitario. È indubbio che ad oggi ci sono cose che preoccupano moltissimo e non ci danno la giusta serenità. I ritardi con cui si sta programmando la fase 2, la poca chiarezza su quali aiuti economici saranno realmente disponibili per chi ne ha bisogno, i troppi tavoli riuniti per decidere, la mancanza di una voce unica ed autorevole che dia la certezza ai cittadini di essere guidati verso il futuro in modo autorevole ed affidabile. Troppe incertezze e troppi timori si stanno accumulando. Se il Corona Virus forse fa meno paura, i timori per noi semplici cittadini crescono sempre più. Se è vero che dobbiamo crederci, ora abbiamo bisogno di un cambio di passo da parte dei nostri governanti. Basta retorica ed annunci ma più fatti e decisioni autorevoli.

Luis Sepulveda

Addio Luis. Sei stato un grande scrittore e un uomo coraggioso. Ci hai commosso con le tue storie. Hai avvicinato tanti bambini alla letteratura con la meraviglia della Gabbianella. Io non dimenticherò mai Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. La vita è ingiusta, sei andato via troppo presto. Grazie per quello che hai fatto. Riposa in pace.

L’autodichiarazione

Kafka-autocertificazione

Tra le tante cose ironiche reperibili in rete sulla ormai arci famosa Autodichiarazione che il Governo ha introdotto per tutti i cittadini che dovessero spostarsi in tempi di quarantena, ho trovato questa (ovviamente) finta copertina di un libro scritto da Franz Kafka che mi ha fatto sbellicare dalle risate. Pensare che proprio Kafka possa scrivere un libro del genere è un vero colpo di genio. Complimenti a chi ha pensato e pubblicato questa gag.

 

Corona Virus 19

Le dichiarazioni del numero uno della principale istituzione finanziaria europea, dicono dettate dalla prudenza, in realtà per salvaguardare i capienti forzieri della istituzione che dirige, hanno provocato un crollo delle borse del 10%. Di un bel tacer non fu mai scritto.

In una isola del Mare del Nord c’è chi si diverte a prendere in giro gli italiani per le misure prese dal governo, perchè così possiamo riposare ancora di più di quanto non facciamo di solito. Nella stessa isola il capo del governo ancora non si rende conto della situazione e non impone misure di sicurezza adeguate. Ma questi ancora non hanno capito che il mondo è cambiato?

Il capo della maggiore potenza mondiale, nonostante tutto, si comporta in base al suo tornaconto politico invece che per tutelare la salute dei suoi concittadini. Ognuno ha il presidente che si merita.

Da noi ancora mancano mascherine e disinfettanti per le mani. Le buone intenzioni si infrangono contro la dura realtà delle cose. C’è chi è stato fermato perchè andava a comprare il giornale in edicola con il motivo che il giornale non è essenziale, anche se i provvedimenti del Governo hanno mantenuto aperte le edicole proprio per l’importanza che hanno i quotidiani ed i giornali in genere. Ma chi deve fare applicare la legge forse non legge abbastanza. Ah l’Italia …

Siamo appena agli inizi di questa domiciliazione forzata. Ho più tempo per leggere i giornali. Sono preoccupato. Non solo per il Corona Virus 19, ma anche per tutto il resto.

India

Il mio lavoro mi porta spesso in India. Visito le industrie che producono auto, camion e motociclette, che sono concentrate in poche città, per vendere gli impianti che produce l’azienda per cui lavoro. Sono appena rientrato dall’ultimo viaggio. Ho visitato Bengaluru (non è un refuso, è la vecchia Bangalore che ora si chiama così), Pune, Delhi e Rudrapur. Frequento l’India dal 2002 e la visito diverse volte l’anno. Negli ultimi due o tre anni ho notato una improvvisa accelerazione del processo di ammodernamento delle città. A Bengaluru la nuova metropolitana ha prodotto significative riduzioni del traffico, che è sempre intenso ma gli ingorghi delle ore di punta sono molto minori che in passato e attraversare la citta in auto è diventato molto più facile. A Pune la costruzione della metro, che per quasi tutto il percorso è all’aperto su linee sopraelevate, ha trasformato la città in un cantiere enorme che provoca caos e ingorghi peggio che nel passato. Ma è il prezzo da pagare per avere un futuro migliore. A Delhi la metropolitana è in funzione da vari anni ma il traffico è sempre impossibile e viaggiare per la città un vero incubo.

L’India sta facendo grossi investimenti nelle infrastrutture. Ormai gli aeroporti delle principali città sono moderni e ben organizzati, al livello dei migliori paesi al mondo. La rete di voli interni copre buona parte degli spostamenti con tariffe molto convenienti, almeno per noi stranieri, ma visto l’affollamento di tutti i voli, evidentemente anche molti indiani possono permettersi di volare. Viaggiare in auto da una città all’altra non è semplice. La velocità media effettiva fuori città, quando va bene, è di 40 / 50 km/h, la condizione delle strade è abbastanza critica e tra buche, lavori in corso, dissuasori di velocità, spericolati motociclisti che passano da tutte le parti, mucche sacre che si fermano dove vogliono, l’imprevisto è sempre in agguato. Riguardo treni ed autobus meglio lasciare perdere, qui ancora non è arrivata la modernità e c’è ancora da fare moltissimo.

Un dato comune a tutte le principali città è che le vecchie baracchine e i piccoli negozietti senza porte e vetrine con la merce esposta per strada stanno piano piano diventando negozi arredati modernamente, con pareti pulite e vetrine con la merce esposta. Il nuovo e il vecchio convivono ma il cambiamento è in corso e sarà inarrestabile. La tappa del mio viaggio verso Rudrapur, nella regione di Uttarakhand, tra Delhi e il Nepal, mi ha riportato nell’India rurale, quella dove il progresso fatica ad arrivare. La regione è stata negli ultimi anni aiutata dallo stato indiano che ha favorito la costruzione di alcuni grandi stabilimenti industriali che hanno portato lavoro ma lo sviluppo dell’area è ancora molto limitato. Le strade sono in costruzione e molti tratti sono ancora non asfaltati. C’è meno inquinamento e se il tempo è bello è possibile vedere il cielo azzurro, cosa che non è possibile quasi mai a Delhi, dove una coltre di nebbia e smog non abbandona mai il cielo, anche nelle giornate migliori. L’India è terra di grandi contrasti e ingiustizie sociali per chi ci vive e di sentimenti contrastanti per gli stranieri che visitano il paese. Si sta in hotel di lusso, a prezzi abbordabili, dove c’è da mangiare e da bere a volontà, pulizia e personale sempre sorridente che ti chiede se hai bisogno di qualcosa. Se dici di si, quello che chiedi tarda ad arrivare, gli inservienti non sono mai pronti, c’è sempre un imprevisto, l’attesa in genere è lunga e apparentemente ingiustificata. Fuori dell’hotel c’è la povertà più assoluta, persone che non mangiano da giorni, che non hanno mai avuto un lavoro, che non si sono mai preoccupati di nulla non avendo nulla, non potendo aspirare a nulla. Contrasti e ingiustizie, ricchezza e povertà.

Ho scattato tre foto dalla vettura lungo la strada che da Rudrapur porta a Delhi.

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La prima immagine mostra un negozio di stoffe, uno dei tanti lungo la stessa strada, ma incredibilmente pieno di persone, mentre gli altri erano vuoti anche se esponevano la stessa merce.

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La seconda immagine è un carretto della frutta. L’India è piena di questi carretti, tutti con frutti di vario colore e bellissimi di aspetto, tutto disposto con ordine e regolarità geometrica. La frutta in India è buonissima, i sapori sono intensi e prolungati. Bisogna stare attenti solo all’igiene, un frutto ancora bagnato con l’acqua indiana potrebbe essere letale per il povero stomaco di un turista ignaro della potenza dei batteri indiani.

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L’ultima foto mostra un negozietto piccolo e vuoto, che ha in vendita delle galline, esposte in una gabbia. Tra l’uomo anziano che le sorveglia e le galline in gabbia, non è facile capire chi ha lo sguardo più mesto. Guardate la mancanza di asfalto sul bordo della strada. Anche questa è una caratteristica comune di quasi tutta l’India. I bordi delle strade non sono asfaltati e il grande traffico solleva quantità enormi di terra che si diffondono nell’aria e di conseguenza vengono respirate dalle persone con effetti non proprio ideali per la salute, oltre che per l’igene. Mezza giornata per strada e si ritorna in albergo che è obbligatoria una doccia. Pur di fronte a tante  contraddizioni, l’India rimane un paese incredibile e affascinante. La sua cultura millenaria è stata la base della cultura umana ma non è stata abbastanza per garantirle uno sviluppo normale ai giorni nostri. Il Paese sta facendo progressi ma la strada da percorrere è ancora lunga.

La cosa migliore dell’India sono le persone. Generalmente colte, empatiche, affabili e disponibili, gentili e simpatiche.

La cosa che mi piace e intenerisce è quando al mattino e all’ora di uscita delle scuole le strade delle città sono piene di studenti. Al solito caos del traffico si aggiunge l’allegra confusione di centinaia di studenti, ragazze e ragazzi, tutti in divisa. Le divise sono uguali per tutti ma basta guardare i piedi per scoprire le differenti condizioni della famiglia. C’è chi ha semplici infradito, altri scarpe logore e consunte, altri scarpe sportive nuove. Arrivano da ogni parte, alcuni di loro camminano per chilometri, sembrano tutti allegri, ridono e scherzano tra loro. Una serenità che forse perderanno da grandi. Anche un grande paese e in progresso come l’India non potrà garantire a tutti benessere e miglioramenti sociali, molti dei giovani non riusciranno a salire la scala sociale. Ma quando si è giovani i brutti pensieri possono stare lontani e vedere tanti ragazzini che sorridono e scherzano riscalda il cuore. Che il loro futuro sia radioso come lo sono i loro sorrisi.

Luciano De Crescenzo

Anche Luciano De Crescenzo ci ha lasciato. Devo molto della mia passione per la lettura proprio a lui. Lo ammiravo per la sua evoluzione, da ingegnere idraulico a scrittore di successo, da dirigente di industria ad uomo di cultura e di spettacolo. Lo trovavo spassoso e nello stesso tempo gentile ed arguto, mai volgare, con quella cadenza napoletana delicata ed irresistibile. Riposa in pace anche tu, Luciano.

Andrea Camilleri

Addio Andrea Camilleri, riposa in pace. Sei stato un grande scrittore ma soprattutto un grande uomo. Hai sempre espresso le tue idee con chiarezza e coraggio, mai nessun cedimento all’opportunismo. Hai scritto per divertire ma anche per insegnare a difendere la libertà e combattere gli egoismi. Ci lasci una eredità ricchissima, i tuoi scritti e le tue idee. Chissà se ne saremo degni.

Addio Niki

Addio Niki. Te ne sei andato improvvisamente. Sapevano che le cose non stavano andando per il verso giusto, ma speravamo di rivederti ai box. Sei stato uno dei più grandi campioni del Motor Sport. Eri un grande pilota ma l’incidente del Nurburgring ti ha fatto diventare un eroe. Certo Merzario ti ha salvato la vita e non lo hai trattato proprio bene. Quella volta potevi fare meglio. Le tue ferite esteriori erano ormai un marchio di fabbrica, il simbolo del tuo coraggio. Le ferite interne ti hanno fatto soffrire dopo qualche anno e forse ti hanno portato via troppo presto. Hai perso un mondiale sotto la pioggia perché hai avuto paura, ti sei fermato prima che fosse troppo tardi. Sei stato un grande uomo, pilota, imprenditore e team manager. Eri passato al nemico Mercedes ma per noi sei sempre rimasto Niki, come quando guidavi la Ferrari. Il tuo italiano era peggiorato negli ultimi anni, ma eri rimasto sempre uno dei nostri.  Riposa in pace Niki, ci mancherai. Saluta James quando lo incontri.

Primo maggio

Seguo i temi del lavoro tutto l’anno per motivi professionali, ho a che fare quotidianamente con la formazione dei dipendenti e la sicurezza del lavoro. Trovo che la festività del primo maggio sia una ricorrenza ormai sbiadita, svuotata del suo reale significato, infarcita di retorica e di luoghi comuni, in cui molti parlano senza dire nulla che possa contribuire realmente a migliorare la situazione dei lavoratori meno fortunati o di coloro che sono senza lavoro. Ci vorrebbe meno ipocrisia e maggiore determinazione a fare qualcosa di concreto per chi il lavoro non lo ha e per chi è costretto a lavorare in condizioni impossibili.

In questi giorni sta facendo molto scalpore la protesta dei Food Rider, ossia coloro che in bicicletta consegnano cibo a domicilio. La protesta consiste nella minaccia di rendere pubblici nomi, abitudini ed altri dettagli privati dei clienti presunti VIP dal braccino corto che non lasciano mance a chi consegna loro le ordinazioni. La forma insolita di protesta ha scatenato una serie di articoli sui vari organi di informazione, smentite da parte degli interessati, tanti commenti pieni di odio sui social. Trovo questo tipo di protesta fuori luogo. I Rider stanno sbagliando bersaglio. Il loro nemico non sono i clienti che acquistano i servizi dalle aziende che li sfruttano. Non sono i clienti che devono elargire mance per arrotondare la misera paga che viene corrisposta dalle aziende a chi consegna le ordinazioni. I Rider fanno un lavoro rischioso, affrontano in bici il traffico delle città, sono costretti a lavorare con ogni condizione climatica, senza alcuna copertura assicurativa, senza nessuna dotazione di sicurezza pagata dall’azienda, per pochi spiccioli a consegna, mentre le aziende che li ingaggiano realizzano utili milionari. Per i food rider non ci sono tutele, non ci sono leggi o normative sulla sicurezza del lavoro, non ci sono salari minimi, non c’è nessuno che li difenda. E’ questa la modernità? E’ questo il progresso che avanza? No, affatto. E’ il vecchio che trionfa. Multinazionali ricche e potenti si muovono in modo scaltro e spregiudicato cogliendo di sorpresa i governi che spesso colpevolmente reagiscono con la velocità dei bradipi alle iniziative dei privati, senza riuscire a riscrivere regole e leggi continuamente e creativamente aggirate dalle aziende. Un anno fa i Food Rider erano nelle stesse condizioni ed oggi nulla è cambiato anzi l’unica cosa che è cambiata è la paga per consegna che è stata dimezzata. I food rider non dovrebbero protestare o scioperare. Dovrebbero fare molto di più. Dato che tutti dicono che guadagnano troppo poco ed il lavoro che fanno non dà loro nessuna prospettiva futura (per quanti anni si può fare il food rider?) dovrebbero fare un atto di coraggio collettivo e rinunciare a questo sfruttamento lasciando le aziende. Tutti, insieme, contemporaneamente e subito. Una azione collettiva, concreta, forte, coraggiosa. A beneficio di tutti loro ed anche degli altri che in futuro lavoreranno per le stesse aziende.

Perché accettare di essere sfruttati? I food rider possono essere presi come esempio di tutti i lavoratori costretti ad accettare condizioni impossibili. Ci sono esempi anche in altri campi, di aziende di dimensione mondiali, che stanno acquisendo posizioni quasi monopolistiche, che continuano a macinare profitti miliardari in euro o dollari imponendo ai propri dipendenti condizioni di produttività impossibili.

Bisogna riconquistare per tutti i lavoratori il diritto ad avere un lavoro dignitoso. Perché farsi sfruttare da aziende che grazie a questo sfruttamento fanno profitti milionari senza ridustribuire in modo equo gli utili ?

Un modello di business non può funzionare sottopagando la manodopera ed imponendo condizioni vessatorie a coloro che svolgono il lavoro sul campo. Questo sfruttamento andrebbe proibito dalla legge. Perché un semplice artigiano se ha bisogno di un aiutante lo deve assumere, formare, dotarlo di adeguati dispositivi di sicurezza, pagare tutti i contributi previsti, malattie, ferie, riposi e festività, mentre aziende milionarie possono permettersi di sfruttare i lavoratori che tengono in piedi il business senza offrire ai lavoratori condizioni minime accettabili? Non sono queste le aziende di cui abbiamo bisogno per risolvere il problema della disoccupazione, non sono questi i lavori che possono aiutare i disoccupati a trovare il modo di guadagnarsi da vivere. Questo è solo un esempio delle tante cose che non vanno nel mondo del lavoro. Ma nessuno fa niente, né il Governo né i Sindacati. Ed anche questo primo maggio 2019 sarà sprecato, solo tante parole e niente fatti. Intanto in Italia dal primo gennaio 2019 i morti sul lavoro sono 145.

Scrittori ingegneri – aggiornamento

Uno dei miei primi post elencava gli ingegneri divenuti scrittori.

Gli ingegneri in genere sono considerati troppo legati alla tecnologia per avere velleità artistiche. Ma questo è un luogo comune che vorrei sfatare.

Ho inserito nuovi nomi all’elenco iniziale di ingegneri scrittori.

Ingegneri scrittori (aggiornamento del 5/4/2019)

  • Fyodor Dostoyevsky
  • Robert Musil
  • Carlo Emilio Gadda
  • Andrea Barbato
  • Claudio Calabrese
  • Roberto Costantini
  • Luciano De Crescenzo
  • Patrik Fogli
  • Leonardo Sinisgalli
  • Roberto Vacca
  • Yrsa Sigurdardottir
  • Elisabeth Noreback
  • Emilio Bignami
  • Louis Notari
  • Francesco Grandis
  • Paolo Zardi

Se la ricerca si estende ad altre specialità scientifiche, quali la chimica, l’elenco si arricchisce con:

  • Elias Canetti
  • Primo Levi
  • Marco Malvaldi

Come architetto c’è anche:

  • Rosanna Rubino (Architetto)

La ricerca continua.

Gilet Gialli

FOTO GILET GIALLI

Sono stato mercoledì scorso a Cassis, vicino Marsiglia. Ho percorso in auto l’autostrada da Ventimiglia a Marsiglia. Ho incontrato i famigerati gilet gialli, gli autori della clamorosa protesta iniziata contro l’aumento del prezzo dai carburanti che sta tenendo in scacco la Francia nelle ultime settimane. I caselli autostradali erano presidiati dai manifestanti che impedivano il pagamento dei pedaggi. Grandi cartelli ricordavano il motivo della protesta, che si può riassumere nella reazione del ceto medio contro la politica del Governo, per le troppe tasse e per la progressiva perdita di potere di acquisto e delle tutele sociali.

Il principale obiettivo dei gilet gialli è il presidente Emmanuel Macron, colpevole di aver dimenticato nella sua azione politica, proprio il ceto medio, probabilmente il suo principale elettore.

I manifestanti non appartengono a nessun schieramento politico, il movimento dei “gilet gialli” è nato al di fuori dei partiti e dei sindacati. E’ il ceto medio che si è stufato di essere utilizzato come fonte di finanziamento di tutte le manovre politiche e di essere preso in giro dalle false promesse dei politici durante le elezioni e poi dimenticato per tutto il resto della legislatura.

Solo un anno e mezzo fa Macron era stato scelto dal 66 % degli elettori votanti e il motivo principale della scelta era stata la sua indipendenza dai partiti tradizionali. Ora si ritrova contro buona parte dei cittadini francesi che proseguono con la loro protesta nonostante il Governo Francese abbia fatto notevoli passi indietro, sospendendo le nuove tasse sui carburanti e rinviando i rincari sui trasporti inquinanti. Lo sciopero continua, l’obiettivo è cacciare Macron, spingerlo alle dimissioni. Macron si è sempre definito un liberista, parola che suona spesso tranquillizzante per gli elettori, come se fosse sinonimo di qualcosa di buono, ma che rappresenta una idea politica che in realtà raramente ha prodotto qualcosa di buono per la maggioranza della popolazione, favorendo in genere gli interessi delle élite che gestiscono il potere. Negli ultimi vent’anni la politica dei principali paesi europei è stata caratterizzata dal continuo e progressivo attacco al ceto medio che ha provocato il suo progressivo impoverimento e peggioramento delle sue condizioni e prospettive di vita. E’ noto da sempre che Macron è espressione del mondo della finanza e da Presidente sta governando coerentemente alle idee sue e di quelli che rappresenta. Ritengo condivisibile la rabbia dei cittadini francesi. Così come trovo giusto che il ceto medio trovi una forma diversa di rappresentanza rispetto agli attuali partiti. Mi chiedo però perché i francesi hanno votato in massa Macron. Cari francesi, non potevate pensarci prima?

Eseguendo la Sentenza e Un atomo di verità

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Titolo: Eseguendo la sentenza

Autore: Giovanni Bianconi

Editore: Corriere della Sera

 

Titolo: Un atomo di verità

Autore: Marco Damilano

Editore: Feltrinelli

 

Due libri sul caso Moro. Un rapimento iniziato con una strage (i cinque uomini della scorta) e concluso con l’omicidio dell’uomo politico più importante dell’Italia dell’epoca.

Un evento tanto crudele quanto misterioso che dopo 40 anni rimane avvolto dalla nebbia delle bugie, dei depistaggi, delle false ricostruzioni, delle strane presenze sul luogo del rapimento.

Due libri abbastanza diversi tra loro, il primo è una cronaca dei 55 giorni del rapimento, iniziato il 16 marzo 1978 e concluso il 9 maggio 1978, il secondo è più un racconto di sentimenti e di emozioni legate ai personaggi e luoghi coinvolti nella storia. I due libri citati in questo post non fanno nuova luce sui misteri legati a quanto accaduto nel 1978, ma tengono accesa l’attenzione dell’opinione pubblica su un evento che ha troppe ombre e zone oscure su cui dovrà essere fatta chiarezza. 40 anni sono troppi per non essere riusciti a fare piena luce sul rapimento Moro.

Tanto per mantenere viva la memoria su altri omicidi dell’epoca, un triste elenco:

Oltre ad Aldo Moro, il 9 maggio 1978 fu ucciso Peppino Impastato, giornalista antimafia.

Il 20 marzo 1979 fu ucciso il giornalista Mino Pecorelli.

Il 21 luglio 1979 fu ucciso Boris Giuliano, Capo della Mobile di Palermo

Il 25 settembre 1979 fu ucciso il giudice Cesare Terranova.

Non dobbiamo dimenticare. Dobbiamo continuare a pretendere che la verità venga alla luce.

A Genova non è crollato solo il ponte

Quando ho letto le prime notizie sul crollo del ponte Morandi lo scorso 14 agosto, la prima reazione è stata di incredulità, poi con il passare dei minuti, quando la tragedia si è manifestata in tutta la sua disastrosa portata, lo sgomento ha preso il sopravvento. Non è crollato solo il ponte di Genova. Si è sgretolata l’Italia. Un disastro così grande, indipendentemente dalle cause tecniche che lo hanno provocato, dimostra che l’Italia è un paese che non funziona, marcio nella sua stuttura portante, proprio come il ponte.

Non c’è solo un ponte da ricostruire. C’è da costruire uno stato che funzioni veramente e non solo nelle dichiarazioni propagandistiche dei politici, che sia in grado di proteggere i suoi cittadini e tutelarli, di garantire diritti e pretendere che tutti facciano il proprio dovere. Uno stato capace di spendere le proprie risorse in modo oculato e non sprecarle in modo becero. La legge permette di dare in concessione i beni dello stato ? Se il risultato è quello di Genova si revochino tutte le concessioni, si cambino subito le leggi che le regolano. La Concessionaria che aveva in gestione il ponte ha rispettato tutte le regole ? Allora le regole sono sbagliate e devono essere riscritte. Ci sono 43 morti che giustificano ampiamente qualsiasi intervento legislativo. Abbiano dovuto dare in concessione la rete autostradale per ridurre il debito pubblico per entrare nell’euro ? Allora le regole europee sono sbagliate e bisogna combattere per cambiare ciò che di sbagliato è stato fatto.

Non è possibile che lo Stato italiano non abbia le risorse economiche e le strutture organizzative e di controllo per evitare quello che è successo a Genova. Le grandi infrastrutture devono essere gestite e manutenute con l’unico scopo di garantire gli interessi del popolo italiano e non per fare arricchire gruppi privati. Non si possono dare in concessione attività importanti e remunerative come la gestione delle rete autostradale italiana, costruita con i soldi di tutti gli italiani, per fare arricchire aziende private vicine ai politici del momento. Le responsabilità non sono solo della Concessionaria ma anche delle forze politiche che hanno permesso questa scelta scellerata. Tutte le attività di importanza nazionale devono essere controllate dallo stato che deve intervenire per garantire sicurezza e continuità di esercizio. Serve una politica più responsabile e lungimirante, che governi in base a stategie e programmi a lungo termine e non in base ai sondaggi. Servono banche, dirigenti pubblici, politici, imprese e imprenditori che abbiano a cuore il futuro dell’Italia. Servono enti di controllo efficaci dotati di tutti i mezzi necessari per fare bene il loro lavoro, leggi funzionali di facile e certa applicazione. Serve una giustizia veloce ed efficiente. Servono elettori più attenti alle competenze dei candidati alle elezioni politiche che alle ideologie, meno populismi e maggiore visione strategica del futuro. Serve una stampa meno prona verso la politica ma più critica e vigile. Serve una istruzione migliore, investire sulla formazione degli insegnanti, riqualificare le università, aumentare il livello medio di istruzione della popolazione. Non servono scorciatoie o sotterfugi, serve formare persone migliori, diffondere il concetto di responsabilità personale. Serve un progetto per definire l’Italia del futuro. Serve una concezione diversa di come amministrare il bene pubblico, materiale, finanziario ed intellettuale. Non serve cercare soluzioni di comodo o incolpare qualche avversario per mettersi a posto la coscienza. Serve uno sforzo enorme di tutti gli italiani per trasformare il paese in qualcosa di diverso da quello che è adesso.

Ancora Primo maggio

Primo maggio 1994. Alle ore 18,40, il cuore di Ayrton Senna ha smesso di battere.

Non dimenticherò mai quel comunicato medico, letto con voce tremante da una dottoressa dell’ospedale di Imola.

Ma Ayrton era praticamente morto qualche ora prima, alle 14,17, nell’impatto della sua vettura alla curva del Tamburello dell’autodromo di Imola. Le immagini TV non lasciavano molte speranze. Si era intravisto Senna sdraiato per terra su un lenzuolo bianco con una enorme macchia di sangue in corrispondenza della testa. Solo un attimo, poi la regia aveva cambiato inquadratura.

Di quel giorno ricordo come fosse adesso le immagini dell’incidente, lo schianto, l’attesa del comunicato, la terribile conferma. Seguo la Formula 1 da quando avevo 10 anni e ovviamente ero un grande difoso di Senna. Mi piaceva come pilota, veloce, coraggioso, implacabile, mi piaceva soprattutto come persona. Generoso con i meno fortunati, capace di grandi gesti di umanità lontano dai riflettori, era un grande uomo dallo sguardo profondo e melanconico. Nessuno è stato grande come lui. Qualche anno fà ero per lavoro in Brasile, a Rio de Janeiro. Mi trovavo in una grande strada a tre corsie, una specie di autostrada. Leggo il nome della via. Avenida Ayrton Senna. Un brivido mi ha scosso dalla testa ai piedi.

Primo maggio

Primo maggio, festa del lavoro e dei lavoratori. Oggi tutti diranno che il lavoro è importante, che va difeso, che vanno creati posti di lavoro, che la sicurezza del lavoro è una priorità. Domani tutti continueranno a fare quello che è stato fatto fino ad ora, ossia nulla, con conseguenti statistiche crescenti dei morti sul lavoro e dei disoccupati.

Diceva Albert Einstein: non si possono risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che li ha creati.

Creare posti di lavoro stabili dovrebbe essere una priorità di qualsiasi governo, invece si preferisce favorire il precariato. Che costa meno. Tutelare i lavoratori ? Costerebbe troppo, di questi tempi non ce lo possiamo permettere. E la sicurezza del lavoro ? Basta produrre leggi di difficile applicazione, vessare chi è in regola o prova ad esserlo ed ignorare chi è completamente fuori regola. Per le aziende la sicurezza è un costo, la formazione dei lavoratori è un costo, se i costi sono troppo alti i profitti si riducono, quindi meglio fare più profitti, poi se ci scappa l’incidente si vedrà, il modo di mettere a posto le carte si trova sempre.

Protestare? Non serve, chi lo fà viene allontanato dal lavoro, ci sono le norme a tutela dei diritti dei lavoratori, ma possono essere eluse molto facilmente. E perdere il lavoro di questi tempi vuol dire avere ottime probabilità di restare disoccupati ed andare ad aumentare il numero di lavoratori disponibili a fare di tutto per pochi soldi. Come quelli che fanno le consegne di cibo a domicilio in bicicletta. Oggi su un quotidiano c’è una intervista ad un food rider, uno dei tanti giovani o meno giovani che per soli 5 euro a consegna, vanno in bicicletta in giro per la città, a tutte le ore, con tutti i rischi a carico del lavoratore, senza alcuna assicurazione o alcuna tutela.

Questa è la Gig Economy. E’ la modernità. Il nuovo che avanza ? No è sempre il solito vecchio modo di fare profitti sulla pelle delle persone che hanno bisogno di guadagnare, sfruttando vuoti legislativi che i governi colmano non tempi molto lunghi e colpevole ritardo.

Vorrei poter convincere tutti i food biker a lasciar perdere, provare a fare altri lavori a condizioni più dignitose, di non farsi sfruttare in questo modo così palese e arrogante, di non buttarsi via per pochi soldi. Ma capisco che per molti non ci sono alternative e allora cresce la rabbia e il senso di impotenza. Intanto c’è chi si arricchisce sfruttando gli altri. Altri per i quali il primo maggio non ha alcun significato.